" Con un movimento improvviso
strappò la maschera dal viso del nano.
E indietreggiò istintivamente.
Il volto era una cosa informe,
rovinata, coperta di ulcere.
La carne era putrefatta, piena di
chiazze e smangiucchiata, un intarsio
di vene increspate.
Gli occhi pazzi e spenti sembravano
precari nelle orbite ..."


































































































































































































Come una piuma, la punta del dito
sfiorò con cieca disinvoltura
l'invadente intuito felino.
Quell'improvviso contatto
appagò le fantasie di entrambi.


















































Tatuati nella t-shirt, i suoi quarantadue
anni sfumavano tra un jeans slavato e il
caffelatte dell'arredo minimalista.
Mentre le mezzelune, miagolando, erano
attratte dal presente color ocra, Nadine
scagliò il pensiero oltre la vallata di
Fiemme. Fuori rideva.
"Quaranta...quarantuno...quarantadue...
ecco, dobbiamo trovare un giovane corpo...
nuovo alimento, vero Christian?"



























.











































Nadine scosse la ragnatela disorientando
Christian.
"Quarantadue anni, bel micio...mai più
feste...".
Sorrise dirigendosi verso il bagno della
camera d’albergo.








































"Vivere è oramai un mestiere" IV


Era buio e le stelle non bastavano a far
brillare quella sera.
Un profumo leggero emanava dal corpo, un
filo di ricordi.
Nel più assoluto silenzio Joshua scosse
il capo.
Odiava la palpebra di materia che lo
separava da lei.
Dalla grande terrazza l’edificio irradiava
il suo calore nell’aria fredda mentre il
vento portava ancora il profumo, un
profumo di limoni e cedri.
I cocktails vennero serviti.
Una ragazza troppo truccata gli toccò il
braccio.
"Ho letto tutto di voi", sussurrò.
Joshua guardò i suoi occhi chiari, ed il
costume da sgualdrina, significativo.
"Quanti anni hai?" chiese.
"Sedici, signore".
Joshua scoppiò a ridere.
"Getta quell’abito. Fa un bagno caldo",
disse.
"Domani sarai una vera donna".
Le volse le spalle.


















.







"Così Vivienne è tornata",
mormorò accarezzandosi il mento.

"Puoi rassicurarla.
Ho parlato a Enrique ieri sera".






































Scesero la gradinata della chiesa.
La sabbia bianca, sollevata dagli
stivali di lei, turbinava sui jeans
per poi coagularsi in un astratto
di macchie.
Il paesaggio bulgaro esplose con
un violento contrasto.
Boschi di fiore e la gente.
Così silenziosa e triste.
Fabbriche, ciminiere, officine
imbrattavano il cielo terso e
scolorato.

"Possibile che non te ne freghi
più nulla?"

"Poco. Non vedo bene quale nesso
ci sia tra questo e Vivienne".

Stava di nuovo male.
La nausea gli salì alla gola come
fango caldo e puzzolente.
"Ernest...saresti morto per lei..."
Attraversarono il ponte vecchio.
Niente toglieva a Nadine dell'essere
coetanea di quel bellissimo ragazzo.
Le labbra sinuose nascondevano a
fatica la condanna: sentirsi
infinitamente sola.
Lo guardava, ancora.
Quell’andatura, sicura quanto la
disobbedienza dei capelli color
petrolio.
Joshua Weinberg, suo figlio, viveva
spettinato.
C’era qualcosa che non andava.
Nelle favole, i draghi non ammazzano
gli eroi, ma pareva che questo drago
facesse eccezione alla regola.

"...e la lezione universitaria
è l’ultima che terrai... sei certo
della decisione?", tossì.
Il ragazzo si arrestò di colpo, poi
distolse lo sguardo.
Era troppo maledettamente orgogliosa
per lasciarsi scalfire dal disprezzo
di un uomo ma lo sguardo obliquo del
figlio l’aveva ferita.
"Non preoccuparti. Ora trova un
posto nell’Aula Magna", sorrise.






































V , Ere
















Seduta scorreva periodi compiuti. Zigzagava tra torsoli narrativi velenosi, intime trame bianche annegate dai loro autori in soluzioni oleose. Come uscirne illesa? "Se penso la vivo, o no? Stupida, stupida..." Socchiuse il libro.


Alcune multi sfere, sorridendo in comodi quadri, presero a inghiottire il micro pulviscolo diffuso dal foulard.




Chele mute, animate nel ritmo di spuma.

Sulla sabbia bagnata, con l’unghia del dito incise l’ovale per un’ultima lettera: voilà, Joshua. Lontano, finte imbarcazioni di pescatori piovevano luci salate, rilasciando una sorta di bava, fede consumata tra calli e reti, il non ritorno per domani. Nadine soffiò svestendo la mano dai granelli, dopodiché prese ad accarezzare la seta nera del vestito.



Un seno pieno, poi subito lì, enorme, il contenitore da vespa pazza.













(Nascerai, che lo voglia o no)
















"Qui sta il punto.
L’intera storia del pensiero umano è
stata un vortice immobilizzato in un
cubo di cristallo.
Ad oggi se ne ripropone continuamente
la coda, estasiati per scoperte
effimere, parassite, perdendo di vista
le vere radici".

"Nessuno può fare previsioni certe...è finita la lezione?", Joshua spense
lo sguardo sul mal disegno di alcuni mattoni in cotto incastonati nell’enorme parete bianca della volta.

"..."

"Questo è un risultato prevedibile,
non trova?".

Due fossette brillavano.

"Oh no, molto di più".

"Signor Weinberg, sono a conoscenza
del poco tempo a disposizione, per
questo la ringrazio della parentesi
che mi concede. Le chiedo se c’è possibilità d’approfittare ancora della sua compagnia domani sera, al Kunstverein Museum per...diciamo un brandy con Leonardo..."

Il signor Weinberg ruminò sull’ultimo pensiero piroettando il torvo sotto riccioli dall’orologio al rettore.

"Sembra di sì".

Arthur Darren, rettore della Johann Wolfgang Goethe-Universität, fece rimbalzare sulla guancia sinistra la smorfia del ragazzo, distendendo per
un istante lo strabismo dell’occhio
buono, quello che, magari in un incubo precedente, colse angoli reali
nel mondo di Alice.





































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